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Il_Cacciatore_Monocolo
I en hall med flesk og mjød
 
 
 
 
           
       

"Coloro che odiano intensamente, devono aver prima amato sinceramente.

Coloro che vogliono negare il mondo, devono aver prima accettato ciò che ora vogliono dare alle fiamme."

Kurt Tucholski, "Dada"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il potere è la capacità di definire i fenomeni e farli reagire di conseguenza”

Huey Newton

 

 "Uccidi un uomo e sarai un assassino.

Uccidine milioni e sarai un conquistatore.

Uccidili tutti e sarai un dio."

(Edmond Rostand)

 

 

 

 

 

 

 

"La saggezza arriva troppo tardi... quando la gioventù è finita, la tempesta è passata e le ragazze sono andate tutte a casa"

Charles Bukowski

 

 

 

 

 

 

 

 

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13 giugno 2005

Standing on the shoulders of giants



Sabato 11 giugno 2005 è un gran giorno.
Finalmente riesco a vederli. Una delle migliori band degli ultimi 25 anni.
Ma andiamo con ordine.
Si parte nella mattinata da Milano, destinazione Imola, Heineken Jammin’ Festival. Il viaggio scorre tranquillo e piacevole, nell’autogrill prima di Bologna io e Frigga ci divertiamo a guardare le facce presenti e ad indovinare se vanno all’Heineken o al Gods Of Metal… ci prendiamo con discreta approssimazione!

All’arrivo ricevo le prime notizie dal fronte bolognese… lui mi comunica che sta mangiando come un porcello e che si prepara a fare quello che un Italiano può fare per onorare un festival le cui teste di serie sono gli Iron Maiden… giocare a pallone! Noi ci accontentiamo dei tramezzini (io) e del riso all’avocado (Frigga). Bah…
Ma entriamo nel dettaglio dei gigs:

I Am Kloot: per farvi capire dirò solo questo… Frigga ne è diventata fan non per la musica, ma per una commossa forma di tenerezza! Vedere questi ragazzi di Manchester con le facce tristi suonare musica triste in un pomeriggio di sole italiano mentre nessuno o quasi se li caga  farebbe tenerezza a chiunque! Fuor di metafora, loro non sono male, ma sono decisamente nel contesto sbagliato, e non per colpa loro. Meritano un’attenzione diversa.

Garbage: a livello di band non sono proprio il massimo. Da sufficienza stiracchiata, direi: un po’ squadrati e non molto incisivi. Ma quello che alza il livello del tutto è lei. Shirley Manson. Ha una bella presenza e canta bene, riesce a focalizzare l’attenzione su di sé. Personalità e groove. E sex appeal. Ribattezzarli “Shirley Manson & Garbage” sarebbe ormai più appropriato. E alla fine il tutto lei te lo rende gradevole, anche le commercialissime presenze dall’ultimo “Bleed like me”.

Green Day: qui è necessaria una premessa: chi scrive ha sempre odiato i Green Day, autori di alcuni dei dischi più merdosi degli ultimi anni, in primis quella specie di Bimbomix che risponde al nome di “Dookie”. Ma al contempo chi scrive ha apprezzato l’ultimo “American idiot” come tentativo di staccarsi da quel tono melodico infantile che li aveva contraddistinti. E’ palese che c’è un bordello solo per loro… e loro rispondono con un concerto lunghissimo (più di due ore senza essere il main act) e anche divertente, almeno nella prima parte, dove propongono il concept dell’ultimo album. Tra coglionate e insulti a Bush purtroppo si arriva ai pezzi vecchi, e lì i bimbi pogano che è una bellezza. Non nego che sia stato divertente… ma adesso fuori dai coglioni! La scuola materna è finita, ora è tempo per gli adulti, ora è tempo per i…

R.E.M.: cerco di essere serio, ma non posso negare l’emozione. Era tantissimo che aspettavo questo momento. Mi chiedevo con cosa avrebbero attaccato… la risposta è una grandiosa “I took your name”, seguita a ruota da “What’s the frequency, Kenneth”, e “So fast, so numb”. Un inizio imperiale. E via così… Michael Stipe è apparentemente distaccato, ma in realtà ha un carisma silenzioso ma enorme. E canta splendidamente. Te ne puoi accorgere soprattutto quando senti i brividi in “Everybody hurts”… quando gli applausi partono nel bel mezzo della canzone. I favolosi ragazzi di Athens regalano gioia straripante in “Bad day”, sangue in “The one I love”, un’intensità viscerale nella meravigliosa esecuzione di “Drive”. C’è tutta l’essenza della loro musica, semplice e ricca allo stesso tempo. C’è quella presa micidiale e inimitabile. C’è spazio per il dramma (“Orange crush”), per riflettere (“I wanted to be wrong”), per alzare voci e sorrisi al cielo (la suddetta “Bad day, ma anche, che so, “Get up”). Mi spingono ad intonare gaudiosamente “Electron blue”, mio regalino della serata. Peccato solo per l’assenza dei primi 4 album… io volevo tanto almeno “Driver 8”, ma mi rendo conto di essere pretenzioso. Perché ho avuto tantissimo.
Dei grandi.

Questo è quanto. Una postilla… questo post non è come vorrei. Non mi esprimo come mi piacerebbe, e un po’ è perché ho voluto lasciare spazio al ragazzino, un po’ perché non e periodo in cui io riesca a scrivere decentemente. Ma la testimonianza andava lasciata. I quattro della Georgia (per me Bill Berry è ancora lì!) se lo meritano. Grandi.

Con buona pace di quei poveracci che si accontentano di Vasco Rossi…




permalink | inviato da il 13/6/2005 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


 

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